Teatro Pedonale, Associazione e Scuola di Teatro

Teatro Pedonale, Associazione e Scuola di Teatro


LA STORIA

L’associazione culturale Teatro Pedonale nasce nel 2015 dall’evoluzione di 19&venti (realtà associativa operante nel settore teatrale e negli eventi dal 2009) nel Settembre del 2015.

Si propone come realtà formativa, culturale e artistica unica nella città di Agrate Brianza, con sede operativa in Via Mazzini 54. In questi anni di attività l’associazione è cresciuta e coinvolge un’ utenza comprensiva di tutte le fasce d’età nella provincia brianzola e milanese.

I soci fondatori e tutti i collaboratori dell’associazione sono accumunati dalla passione per l’arte teatrale: il teatro per noi è il luogo dell’avvenimento, lo spazio in cui indagare la propria umanità, creare relazioni profonde e imparare uno sguardo nuovo sulla realtà quotidiana.


 

LA FILOSOFIA

Il teatro deve poter essere momento di ricerca, scoperta e divertimento a tutti i livelli: per questo vengono proposti spettacoli, corsi e progetti professionali, senza dimenticare le realtà più radicate sul territorio, più piccole e amatoriali.

Sempre in cammino verso un linguaggio creativo nuovo e comune a diverse espressioni artistiche quali musica, regia, improvvisazione e recitazione promuovendo e diffondendo attività artistiche e culturali tramite iniziative di valorizzazione territoriale, ambientale e sociale, interventi di teatro sociale in enti pubblici e privati, realizzazione di seminari, corsi, stage, laboratori nonché di manifestazioni ed eventi teatrali, musicali, artistici, performativi.


 

IL PROGETTO

Lo scopo di Teatro Pedonale è di riuscire a concentrare le energie sulla formazione permanente rivolta soprattutto ai giovani: a tutti i gli allievi viene proposta infatti una profonda ricerca personale per sostenere lo sviluppo dei loro talenti.

L’obbiettivo è quello di creare un centro che possa accompagnare e valorizzare seriamente chi oggi si accosta al teatro, alla scrittura o all’arte in generale, perché i giovani ricordino il valore dell’esperienza comunitaria, della fatica della ricerca e della bellezza della creazione oggi troppo spesso sostituita dall’immediatezza digitale e tecnologica.

Il progetto, che va avanti da anni, si è sviluppato anche grazie alla collaborazione di istituzioni del territori. Tetrao Pedonale ha realizzato progetti con i comuni, le scuole e le biblioteche di Milano, Monza, Vimercate, Agrate, Concorezzo, Seregno, Barlassina, Giussano, Carate Brianza, Besana Brianza e Oreno. La scuola ha stretto rapporti con numerosi artisti, attori, registi teatrali e scrittori tra cui Arianna Scommegna, Mattia Fabris (Atir Ringhiera), Marino Zerbin, Paolo Bignamini (ScenAperta), Filippo Usellini (Teatro Anime Antiche), Enrica Barel,Giovanni Moleri (Teatro dell’Aleph), Corrado Bagnoli, Tommaso Melideo.



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Claudia Fontana, L’arte del teatro

Claudia Fontana, L’arte del teatro


LA STORIA

Festa dell’unità, in un paesino della campagna pavese, a soli 3 anni, con Wilma de Angelis, cantando “ma il culetto è mio”. Ecco il suo debutto.

In quel frangente Claudia Fontana comprese quanto possa dare gioia stare su un palcoscenico e così, alcuni anni dopo, inizià il suo percorso d’attrice frequentando il triennio presso il Teatro Invito di Lecco, proseguendo senza sosta la sua formazione partecipando a numerosi seminari con Michele Abbondanza, Giorgio Rossi, Ginevra Sanguigno, Gareth Somers, Antonio Pizzicato, Laura Curino, Roberto Anglisani, Felice Picco, Teatribù, scuola Maria Fux, Cesar Brie, apprendendo diverse sfumature di teatro dal teatro-danza al teatro di narrazione, al teatro d’’improvvisazione. Nel 2016 ottiene un attestato dall’Accademia Paolo Grassi per un seminario intensivo di Narrazione con Silvia Frasson.

Nel 2002 incontrò Giuseppe Adduci attore, regista e drammaturgo comasco, ex fondatore della compagnia Città Murata di Como, con il quale studiò per alcuni anni e nel 2005 iniziò una collaborazione fondando l’associazione TeatroGruppo Popolare. Attrice di numerosi spettacoli per bambini e per adulti, ha inoltre maturato esperienza come attrice cinematografica, interpretando ruoli in vari cortometraggi e un lungometraggio. Dal 2015 in poi iniziò un percorso in autonomia decisa ad esplorare una propria poetica, le sue capacità autorali e registiche, ampliando conoscenze letterarie ed esperienze formative con lo stesso entusiasmo di sempre.


LA FILOSOFIA

Comprendere le proprie necessità può essere relativamente semplice ma occorre avere coraggio per seguire ciò che profondamente si desidera. Per Claudia il teatro è territorio privilegiato di sperimentazione emotiva e personale attraverso il contatto con il proprio pubblico.

Raccontare storie per far riflettere o anche solo per distrarre. Il teatro sfiora il profondo anche con sorrisi e carezze superficiali. Nulla di più vicino alla vita vera, anzi, ciò che si rappresenta sul palcoscenico è spesso più sincero della vita di tutti i giorni.


IL PROGETTO

Dopo vent’anni dalla sua iniziazione al teatro, Claudia Fontana ha voluto cimentarsi con un testo speciale di Lella Costa che festeggia il suo ventennale come attrice ed autrice con una rielaborazione di Amleto, il grande classico Shakespeariano che dopo più di 400 anni ancora non smette di affascinare il mondo intero.

Un testo particolare e una sfida recitativa interessante in cui, con slanci di ironia, sarcasmo e psicologia, si ripercorre il dramma classico di Amleto tentando di sviscerarne gli aspetti più salienti. Un lavoro di connessioni con la più apparente frivolezza dei nostri tempi, conscia del fatto che le domande dei grandi drammi sono diventate classici proprio per la loro straordinaria capacità di essere sempre attuali.

 



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Trio Cavallazzi, musica classica in tempi moderni

Trio Cavallazzi, musica classica in tempi moderni


LA STORIA

Il Trio Cavalazzi è composto da tre fratelli milanesi: Alessio (24), Elisa (19), Andrea (17). Alessio, diplomato a pieni voti in violino al Conservatorio “G. Verdi” di Milano, è anche ivi iscritto al triennio di Alta Formazione di Musica Elettronica. Elisa e Andrea frequentano il Liceo musicale e il Conservatorio.

Sono stati finalisti e vincitori in vari concorsi nazionali e internazionali, sia come solisti sia in formazione di duo e trio. Per i tre fratelli lo studio non finisce mai. Per Alessio, Elisa e Andrea il piacere di suonare assieme è diventata quindi un’occasione per approfondire lo studio della musica classica, popolare e ‘moderna’, sperimentando ogni volta nuove sonorità e accoppiamenti inediti, ma anche per divertirsi e improvvisare in compagnia e dare una propria interpretazione e un proprio modo di sentire ai componimenti da loro proposti.

 


 

LA FILOSOFIA

La loro passione per la musica è nata e cresciuta in famiglia, di pari passo con la loro crescita personale. Da bambini si suonava per gioco, poi, grazie agli studi, da divertimento, la musica si è trasformata in un linguaggio comune ed unico.

Suonare assieme è diventata, col tempo, un’occasione per scavare, approfondire e trasformare la musica classica e quella “popolare”: sperimentare le sonorità esistenti, testarle, rinnovarle, mutarle per renderle proprie, e quindi riconoscibili. 

Sempre alla ricerca di nuove sonorità, i Cavallazzi esplorano in lungo ed in largo ogni angolo del vasto mondo musicale sia passato che attuale. Rivisitando, scomponendo, ricreando, mescolando e rivitalizzando vecchi stili con generi più recenti. La musica è viva e il loro obiettivo è farla esprimere in tutta la sua eterogenea vitalità esplosiva e coinvolgente.

 


 

IL PROGETTO

Le loro performance spaziano dalla musica classica al jazz, dal pop al rock: i componimenti dei musicisti a cui i tre fratelli si ispirano, vengono rivisitati in modo da essere cuciti sulla loro pelle. e proporre un concetto totalmente nuovo e personale di ‘musica da camera’.

Si inseriscono perfettamente in qualsiasi contesto, ricercato, casual, artistico e fantasioso a varie tipologie di eventi da serate cocktail a spettacoli, arricchiscono con la loro presenza eventi e iniziative rendendo il tutto più piacevole e coinvolgente, la scelta giusta per rendere un’evento indimenticabile e unico.

Le esibizioni dei Cavalazzi sono rese uniche dalla complicità che scorre tra i tre: il loro affiatamento, fatto di sguardi e sorrisi, emana e trasmette delle sensazioni sempre diverse al pubblico in ascolto. Attualmente continuano gli studi e partecipano, anche vincendo, a vari concorsi nazionali ed internazionali di esecuzione e interpretazione classica.

 



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Ciccio Rigoli, punk poetry

Ciccio Rigoli, punk poetry


LA STORIA

Si chiama Francesco Saverio Rigoli, ma per buona parte dell’internet e del mondo occidentale è cicciorigoli. Ciccio ha 37 anni, fa il poeta ma non proprio, il comico ma non proprio, il bassista ,a non proprio, l’imprenditore ma non proprio. La sua vita si riassume in due parole: non proprio.
Ha 37 anni, un figlio di 5 anni e la barba da 4 anni. Punta ad avere le Goleador come moneta unica e una volta ha fatto una foto con Umberto Tozzi. Il momento più alto della sua vita, indubbiamente.
 

 

LA FILOSOFIA

Quando va a fare le serate nei locali e gli chiedono la scheda tecnica lui risponde che gli bastano due cose: uno sgabello alto e l’open bar. Lo sgabello alto però è opzionale.

Punk: Iconoclasta, irrispettoso, talvolta eccessivo. Ma senza sputare per terra.
Poetry: Sono soprattutto testi letti a voce alta. A volte vanno anche a capo, ma quando leggo non si nota.
Cabaret: Fa ridere. Chiedete a chi l’ha già visto.

Un reading che fa ridere. Un cabaret che viene letto. Un basso che accompagna una voce inadatta al canto. Il recupero sociale di Ciro dei Neri per caso, una proposta di fidanzamento a Britney Spears, buon propositi per l’anno nuovo, la maxistoria di come la mia vita cambiata, capovolta, sottosopra sia finita. Personaggi, interpreti, gente che entra e gente che esce anche se sul palco c’è una persona sola. Parole sussurrate, urlate, declamate. Un pubblico che partecipa, anche se questo non è un dibattito.

Tutto questo e molto altro è Punk Poetry Cabaret. Ma potrebbe cambiare anche domani, chi lo sa.


 

IL PROGETTO

Ciccio ha scritto due libri: Libreria Alessandria che è un romanzo, e Ponderatissime parole a manetta che invece è una raccolta di robe che fanno ridere e che spesso vengono declamate ad alta voce sul palco, “ponderatissime” perché ogni parola è pesata e voluta, “a manetta” perché sono tante parole, sostantivi, aggettivi, avverbi e copule che vanno via veloci senza sosta. Sta sul palco dal 2001 e da due anni fa parte del circuito della Lega Italiana Poetry Slam. Gli piacciono molto i poetry slam, ogni tanto capita anche che ne vinca qualcuno.

Ha fatto spettacoli in locali, circoli, teatri, case occupate, centri sociali e anche a domicilio. Insomma, dove lo metti sta. Il suo ultimo spettacolo si intitola “Punk Poetry Cabaret”, a volte anche nella special edition “Come a Samuel dei Subsonica” perché sperimenta con un doppio microfono ed egli effetti sonori.

 



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Killi Billi, acoustic punk

Killi Billi, acoustic punk


LA STORIA

Acoustic Punk. I Killi Billi sono una band di finti fratelli legati da vera fratellanza che suona musica punk con strumenti acustici rivisitando il panorama musicale punk mondiale, arrivando a una proposta musicale vicina al country bianco.

I Killi Billi sono fratelli, come i Ramones. Cinque ragazzetti con una decisa attitudine punk che non guasta. Oltre a questo i Killi Billi hanno una forte propensione per l’auto promozione, il marketing estremo e pirata: sono il primo gruppo indipendente italiano che può contare su un iperdettagliato marketing plan. Un gruppo punkaging. Il primo al mondo.

Il quintetto è formato da Stefano Kaldo Billi (voce, cajon e percussioni), Alberto Disagio Billi (voce, fisarmonica, glockenspiel, diamonica e voce), Mauro Billi (chitarra e voce), Clara Billi (maracas e voce) e Tiziano Billi (contrabbasso e voce).


 

LA FILOSOFIA

Il fatto che esistano canzoni già fatte li ha spinti a non percorrere la via della scrittura: se si può rovinare quello che c’è perché mai aumentare l’entropia dell’universo e scrivere canzoni nuove?

Eccoli qua con chitarre, contrabbassi, cajon, fisarmoniche, glockenspiel, metallofoni, diamoniche, unghie di capra, cabasa, flauti a coulisse, kazoo, tamburelli, ugole e quello che capita ad attaccare e a fondamentalmente scorticare i classici della tradizione punk del pianeta. Il tutto senza amplificazione perché i Killi Billi rendono meglio senza e contro corrente.

Micidiali frecce che vengono dalla Brianza i nostri cinque eroi mirano al cuore dei tuoi ricordi musicali per, fondamentalmente, distruggerli senza pietà. Il gruppo si pone come l’anello mancante che rende chiara la connessione fra Mr. Rotten e Mr. Cash.
Praticamente la nascita di un nuovo essere: Johnny Clash. Ai Billi piacciono i Devo e i Buzzcocks, non disdegnano per niente i Fugazi e pensano che Joe Strummer sia dio. Godzilla è il loro punto di riferimento estetico e i Killi Billi hanno ragione.


 

IL PROGETTO

Il progetto Killi Billi nasce dall’unione di idee diverse ma sensibilità affini. 5 fratelli separati alla nascita. Stefano Kaldo Billi al cajon, percussioni e voce, Alberto disagio Billi alla fisarmonica, glockenspiel, diamonica e voce, Tiziano Billi al contrabbasso e voce, Mauro Billi alla chitarra e voce e Clara Billi con maracas e voce.

Punk nell’attitudine e nel sentimento, folk nell’espressione. Usano solo ed esclusivamente strumenti acustici: Voci, chitarre, contrabbassi, tamburelli, glockenspiel, diamoniche, fisarmoniche, cajon, cabasa e quant’altro accidente capiti sottomano. La loro musica gira al contrario, parte dalla connotazione del punk per arrivare alla denotazione di qualcosa che è più vicino al country bianco ubriaco; il crocevia tra Johnny Cash e i Clash ma senza la lettera -elle- di mezzo che caratterizza univocamente il tutto.

Punk nel senso lato del termine, con chitarre e amplificatori e tanti watt veloci da sparare nel disagio giovanile, ma in una nuova versione più accorata e raffinata. Un punk popolare che arrivi al cuore e alle orecchie di tutti.

 



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Stefano Panzeri, storie di emigranti e vite di soldati

Stefano Panzeri, storie di emigranti e vite di soldati


LA STORIA

Stefano si diploma come attore presso il corso di formazione professionale per attori del Teatro Stabile del Veneto Carlo Goldoni di Venezia diretto da Giulio Bosetti nel luglio del 1997. Nel 1998 segue debutta in “L’uomo la bestia e la virtù” di Pirandello per la regia di Giuseppe Emiliani con il Teatro Carcano e inizia lo studio della maschera e della Commedia dell’Arte con il maestro Antonio Fava (Scuola internazionale di Commedia dell’Arte di Reggio Emilia).

A partire dalla stagione 1999-2000 inizia a collaborare con il Centro Teatrale dell’Università di Salamanca (Spagna) con il quale partecipa a numerose produzioni in lingua spagnola e inglese, inoltre fonda l’associazione culturale RONZINANTE con la quale collabora come attore, regista e successivamente docente (E fu sera e fu mattina per Scenario 2008, Stanze sonore da S. Beckett,2006, Novecento di A. Baricco 2001, Il servitore di due padroni di Goldoni 2001, Don Chisciotte di M.de Cervantes 2003, Pic –nic in campagna di F. Arrabal 2005, e i progetti in lingua spagnola Notas y palabras entre sangre y arena 2007e Allo stesso tempo/al mateix temps etc 2008.)

Dal 2001 collabora come scritturato e poi come socio con la compagnia Teatro Invito di Lecco sia per produzioni di teatro ragazzi ( Il ragazzo degli aquiloni 2008, Racconti di contorno 2007 e Senza paura 2006) sia per adulti ( La cena in scena 2006, Il bosco di Macbeth 2002, Vaghe stelle dell’orsa 2001)

Dal 2007 collabora con la compagnia Albero Blu di Lecco ( Stracci, 2008 in qualità di regista e Il bambino con il pigiama a righe 2008), con il Teatro del Buratto di Milano, Teatro Stabile per l’Infanzia ( Il mio papà è Ulisse 2008, La Lavapaure 2009) con il Teatro Città Murata di Como (Verranno a te sull’aure 2009) e con il Teatro Sociale di Como/coop Attivamente (Clandestino in casa 2009), con la compagnia Teatro Stabile dell’Insubria (Il Canto di Natale 2009 come regista), con la compagnia Teatro Immagine di Venezia (I Promessi Sposi 2007).

Sempre in qualità di attore ha lavorato presso il Piccolo Teatro di Milano- Trame d’autore (Blu 2004) e con la Biennale Teatro (Ulisse e l’arte della navigazione 2008). Lo stesso anno ha iniziato una collaborazione con l’attore Jordi Arques di Vic, (Spagna) con il quale ha co-diretto il progetto di gemellaggio teatrale tra Italia e Spagna Allo stesso tempo/al mateix temps.

Tra maggio e giugno 2015 grazie ad un crowdfunding porta in Argentina e Uruguay. con il progetto NELLE NOSTRE CASE OLTRE L’OCEANO ( a maggio 2016 partirà la seconda edizione del progetto in Sud America, per settembre-novembre il progetto sarà in UK e USA Orientali) di cui è ideatore, per “portare la Storia nelle case degli italiani di Sud America e insieme riflettere sul migrare e sull’Italia che vorremmo amare.”


LA FILOSOFIA

Scoprire una storia, portarla in scena e utilizzarla come punto di partenza per un ambizioso progetto sulla memoria e l’emigrazione italiana. È quanto ha fatto Stefano Panzeri.

Stefano è partito per fuggire dai soliti, quasi inaccessibili, circuiti teatrali e per potersi inventare la sua strada in cui poter raccontare la sua storia a modo suo. Stefano ha saputo inventarsi una tournée nelle case degli italiani emigrati in Argentina, contattandoli uno per uno. E da lì, essere finito pure in qualche teatro “ufficiale” e ad indossare i vestiti di docente di commedia dell’arte presso l’Università di Buenos Aires.

Raccogliere storie e restituirle a sua volta. Avere storie con cui parlare agli altri e il volerlo fare a tutti i costi. Storie talmente personali, talmente umane, da risultare universali.

La RESTITUZIONE è diventata una fase fondamentale del progetto e quel suo valore deontologico è la prima caratteristica che rende speciale questo progetto: la sensazione della necessità del mestiere d’attore e più in generale del teatro.

Poter essere veicolo emotivo di tutte quelle cose che restano di un’esistenza.

La seconda caratteristica è legata a un’altra sensazione che questo progetto ha prodotto: il prendere CONTATTO con le “propaggini” più lontane del nostro paese, con le seconde patrie come l’Argentina, l’arrivare a capire quanto sia importante e bello essere italiano. In un momento storico in cui si registra in Italia tanta disaffezione per la politica e per il nostro paese in generale, forse anche per la nostra gente, ritrovarsi in un luogo in cui gli italiani hanno praticamente costruito un paese è un’esperienza di amor/orgoglio patrio che si dovrebbe istituzionalizzare per restituire al nostro paese e alla nostra gente un po’ del nostro “valore”.

Un ultimo e fondamentale aspetto del suo lavoro è legato alla  STORIA, quella mamma dell’umanità alla quale sempre più spesso non si da più retta, ricadendo negli stessi errori e ripercorrendo le stesse dolorose strade. Questo viaggio nella storia e nell’introspezione ha mischiato in qualche modo le carte in tavola, ha portato a galla una nuova mappa, una nuova storia, un tutto informe che non si ferma mai.


IL PROGETTO

Dal 1998 Stefano Panzeri lavora come scritturato in diverse compagnie teatrali ma anche come autore di progetti teatrali solisti.

Stefano porta in scena il racconto di tante vite di qua e di là dell’Oceano. Al centro storie di emigranti, vite di soldati, la nostra storia vista dal basso e raccontata solo con l’ausilio scenico di una sedia e musica dal vivo.

I suoi spettacoli sono frutto di un progetto che l’attore spiega così: “Partire con una storia di soldati italiani e andarla a raccontare in sud America agli emigranti che nel dopoguerra hanno lasciato la nostra Italia per trovare fortuna all’estero. Arrivare lì e raccogliere le loro storie, le loro memorie per poi tornare in Italia e costruire un nuovo spettacolo e consegnarlo nuovamente in un nuovo viaggio oltre oceano a quelle famiglie”.

OltreOceano (questo il nome contratto) è un progetto di recupero e celebrazione attraveso il teatro della memoria migrante degli italiani che sono migrati oltreoceano appunto e quindi, per ora, in America.

Traendo spunto da Terra Matta, l’autobiografia conservata presso l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano di Vincenzo Rabito. Un bracciante siciliano semianalfabeta del 1899 che nel 1968 ha trovato la forza di scrivere a macchina, a interlinea e margini zero, in una lingua unica, in 1027 pagine, tutta la sua vita e con essa quasi un secolo di storia del nostro paese, io giro nelle case degli italiani per raccogliere ricordi, aneddoti, immagini legate al passato migratorio di lo ha ospitato.

Attraverso i canali istituzionali, attraverso contatti con associazioni e con singole persone nel corso dell’anno si è andata a creare una vera e propria turneè per le comunità italiane. Pretesto e moneta per questo scambio di storie è infatti il TEATRO: Stefano narra loro una storia, lascia una cartolina, li esorta a fare come Vincenzo, a “scriversi”, e loro si raccontano di rimando; la prima edizione del progetto si fermava qui, ma il corpus di storie che nel corso dei mesi successivi è venuto alla luce mi ha spinto l’attore a usare quelle testimonianze e a restituirle “sciacquate in patria” ai legittimi proprietari, inaugurando uno splendido rito quasi fosse una necessità quasi deontologica, come necessario corollario di ciò inconsapevolmente costruito.

 



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